domenica 20 marzo 2011

Osservazione e fotografia

di Agnese Vardanega

Anticipo qui i contenuti del paragrafo «Osservare le "cose" di cui è fatto il nostro mondo», contenuto nel primo capitolo del volume dedicato alla presentazione dei risultati del Laboratorio (in preparazione).
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Osservare le "cose" di cui è fatto il nostro mondo

L’attenzione delle dottorande e dei dottorandi è stata dunque indirizzata agli oggetti lasciati “fuori posto” dall’emergenza come esercizio di immaginazione sociologica, e come momento di approfondimento di alcuni meccanismi dell’organizzazione sociale di un territorio.

Il gruppo di ricerca doveva in particolare cogliere — mediante l’osservazione e gli strumenti fotografici — i segni materiali della presenza degli aquilani sul territorio “estraneo” di Roseto degli Abruzzi, e la situazione di convivenza di due comunità in emergenza in un unico territorio (cfr. cap. 4). In circostanze così eccezionali — questa era l’ipotesi di fondo — gli elementi solitamente dati per scontati avrebbero dovuto rendersi più evidenti.

Osservare, però, non è facile, e — benché possa sembrare alquanto banale — voglio ricordare a questo proposito il famoso aneddoto raccontato da Karl Popper:
Venticinque anni or sono, cercai di far capire questo punto a un gruppo di studenti di fisica, a Vienna, incominciando la lezione con le seguenti istruzioni: «Prendete carta e matita; osservate attentamente e registrate quel che avete osservato!» Essi chiesero, naturalmente, che cosa volevo che osservassero […] L’osservazione è sempre selettiva. Essa ha sempre bisogno di un oggetto determinato, di uno scopo preciso, di un punto di vista, di un problema (1969; tr. it.: pp. 83-84).
L’osservazione è una pratica riflessiva, ovvero selettiva, critica ed anche “auto–critica”: in quanto richiede di assumere un punto di osservazione, e di “mettersi in una certa prospettiva”; in quanto richiede, di conseguenza, l’uso e ad un tempo la messa in questione delle categorie teoriche; ed in quanto chiede di mettere in discussione le categorie interpretative che applichiamo nella vita di tutti i giorni.

E non è semplice — come osservava Kuhn — il passaggio dallo studio dei manuali all’effettivo utilizzo delle categorie teoriche di una disciplina nell’analisi e nell’interpretazione dei fenomeni “reali”.

Poiché l’osservazione riflessiva non è una pratica abituale, la fotografia diventa un esercizio estremamente fruttuoso: l’obiettivo della macchina fotografica (o del cellulare) diventa, tangibilmente, il “punto di vista” ad un tempo soggettivo ed oggettivante.

Il ricercatore deve cioè scegliere l’oggetto, il punto di vista, l’inquadratura; e poiché la foto sarà guardata da altri, inevitabilmente si interrogherà sul significato (in questo caso teorico) dell’immagine che sta inquadrando e fotografando, rielaborando le sue categorie teoriche (vedi le Note Visuali).

Alla fine di ogni giornata sul campo, le fotografie venivano descritte dagli autori, che dovevano spiegare le ragioni della scelta degli oggetti o delle situazioni che avevano ritratto. Gli studenti sono stati, in una parola, “costretti” a riflettere, a scegliere con la mente già rivolta al senso di quello che stavano osservando.

Questo lavoro di de–briefing ha portato alla precisazione delle categorie interpretative, e quindi ad una classificazione delle immagini per aree tematiche. Successivamente, il nesso fra ciascuna immagine e le categorie interpretative adottate è stato sinteticamente illustrato nelle didascalie. I risultati sono presentati nella galleria fotografica pubblicata online.

1 commento:

Giovanni Cerminara ha detto...

Stupendo! veramente....